joce · 23/06/2006 13:02 · #4
una coccola e buon viaggio Rudy

Datur Omnibus · 23/06/2006 14:56 · #5Ieri verso le 19 si è gettato dal terzo piano del mio balcone... infilandosi tra i ferri dell'inferriata. E' precipitato e non me ne sono accorto. Mi hanno suonato alla porta di casa per dirmelo!
Era ancora vivo... ma aveva le due zampette fratturate e sicuramente anche qualche costola. Gli hanno fatto il cortisone e riempito di antidolorifico (toradol) e me lo sono tenuto tutta la notte. POi questa mattina, in clinica, gli hanno praticato l'eutanasia.
L'ho visto per l'ultima volta negli occhi ed era come se lui sapeva...
Dolcenera · 24/06/2006 17:29 · #8Beh , Datur, pensa che dove è ora sta giocando con altri mille cagnetti e non è solo.
E pensa pure che nemmeno tu lo sarai mai più perchè ti camminerà sempre al fianco.
Datur Omnibus · 24/06/2006 22:42 · #9PERCHè IO PREFERISCO I CANI DAGLI UOMINI!
Forse non ti ho mai dimostrato tutto il bene che ti volevo.
Ero un po come te. Restio a dimostrare affetto.
Ma di carezze ce ne siamo date tante. Molte.
Non so cosa tu pensavi di me, forse non sai nemmeno tu cosa pensavo io di te.
Perché sai è difficile capirsi tra uomini e cani.
Perché, secondo alcuni, noi siamo quelli illuminati e superiori, perché abbiamo la parola, la creatività, lingegno, lintelletto e la ragione.
Ma sai una cosa.
Tu anche avevi ingegno, tu anche avevi parola, tu anche creatività, intelletto e ragione. Ricordo i momenti più difficili della mia vita, quando dovemmo distaccarci entrambi da una donna importante per noi, per la quale abbiamo provato amore. E io non ti consolai per il dolore che provasti, forse perché ti vedevo come un semplice cane, la cui anima è fatta di istinto. E invece dovetti ricredermi, perché fosti tu a consolare le mie lacrime, lì accovacciato a terra, a chiamare nelloscurità il suo nome ed ogni possibile sottile forza affinché un varco potesse aprirsi nello spazio, affinché potessi disperdermi in quel cosmo generativo da cui ogni cosa provenne e proviene. Si aprì il varco. Fosti tu a diramarlo dal tempo e dallo spazio, divincolandolo da quei limiti imposti dallumana ragione e dallumana cecità. Varcasti quel limite facendomi accedere alla consapevolezza del tuo Essere. Ti avvicinasti con passo dolce e leggero, il muso lo usasti come mano ed è come se la tua parola mi arrivò telepaticamente nella mente. Mi dicesti non temere della morte
lei ora è tutto quello che non è stata fino ad ora
. In una sola parola libertà.
Capii quel giorno che anche i cani, e qualsiasi altro essere vivente diverso dalluomo, ha le stesse prerogative di noi della Razza Superiore. Sai, a volte vorrei essere un cane perché i guai del mondo e di ogni tempo li ha provocati solo luomo. Se un Dio dovesse esistere, in questo infinito spazio, dovrebbe salvare alla sua destra o alla sua sinistra, cosa importa, solamente voi.
Perché forse voi che avete solo la forza dellistinto siete più fortunati di noi dotati della forza della ragione che gli illuministi ci hanno appioppato come un marchio inciso a caldo, indelebile.
Tu ora sei tutto ciò che non eri. Libertà, in una parola.
Fluido, fluisci nel tutto dove non esiste né spazio né tempo né limite.
Continuità.
Ecco cosa sei.
Non sei il mio cane.
Tu sei la libertà impersonificata, concreta, chiara.
A me rimane il rimorso e il peccato originale, e questo pesante macigno addosso di non essere in grado di accettare la morte degli altri nonostante io abbia conosciuto la morte, più volte, di persona. Nonostante io abbia una devota ammirazione per la morte, nonostante io la consideri lessenza primaria della vita, linesorabile scintilla necessaria affinché lEssere Sia Essere.
Non voglio pensarti ancora nelle sembianze di un cane, accanto casomai a me, spiritualmente, ancora incatenato in questa realtà. No. Io ti sento libero. Libertà. Tu fai parte di quello spirito che come vento aleggia negli ideali di ogni vivente, spiri fecondo su terre infertili, attendendo di ritornare alla terra, seminando, fecondando, nascendo ancora, in un fiore o forse in un albero, o forse in un uomo.
Ieri notte ho sognato un immenso villaggio di dune e alberi. Vidi teche di vetro, dentro cerano corpi di animali imbalsamati. Immobili. Poi venne verso di me un ragazzo dalla pelle mulatta. Mi sorrise ed io sorrisi a lui. Mi strinse la mano e mi disse di essere un uomo. Sorpreso, risi, perché sapevo che davanti a me avevo un uomo. E questo ragazzo, nonostante la sua sembianza, volle comunque sottolineare di esserlo. Aveva grossi denti bianchi, come la neve, quasi immacolati, come casti. E mi disse che voleva con me, un giorno, costruire un orto in quella vallata. Un orto ricco e nobile, disseminarlo di semi, fecondarlo con amore e devozione.
Questo ragazzo mi portò ad un gazebo, davanti a me montagne altissime delimitavano qualcosa. Oltre quelle montagne non sono andato perché il ragazzo dalla pelle mulatta non poteva portarmi, mi disse che era troppo distante per me.
E io mi risvegliai.
E non so perché, una voce dentro di me mi dice che quel ragazzo sei tu.
Il mio cane è un ragazzo mulatto, dalla pelle abbronzata, sorridente, con i denti puri, e con il grano negli occhi, che guarda una vallata sterminata dove progetta di costruire un orto, seminandolo di vita feconda, e attende che io lo aiuti, un giorno.
Ti prometto che prima o poi io lavorerò la terra, fermentando, insieme a te.
Lavoreremo insieme lhumus della vita.
E daremo alla morte la vita.
E la vita sarà morte.
E ancora,
la morte vita.
E una promessa che queste parole incidono oltre il tempo.
Perché sei stato per me un esempio di come dovrebbe essere luomo.
Pacifico, leale, fedele, sincero, saggio, amante della vita.
Come tu sei stato.
Come noi uomini, spesso, non siamo.
Là è la morte. Non quella la cui grandezza li ha toccati miracolosamente nellinfanzia la piccola morte, come lo si capisce là quella pende verde e senza dolcezza da loro come un frutto che non matura. Oh Signore, dà a ognuno la sua morte. Il morire che se ne va da quella vita in cui aveva amore, senso e miseria. Poiché noi siamo soltanto il contenitore e la foglia. La grande morte che ognuno porta in sé, quello è il frutto intorno al quale gira tutto. (R. M. Rilke Stundenbuch Il libro delle Ore Là è la morte
)