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neppure fa più rumore la sofferenza che è in me.
Neppure la riesco più a sentire.
Quel perenne vuoto inutile mi ha legato mani, mente e corpo.
Son qui "inchiodato alla vita", con artifici meccanici, che obbligano il mio cuore a battere ancora...
Ma lo avete mai ascoltato il mio cuore?
Qualcuno gli ha chiesto cosa ne pensa di tutto ciò?
Qualcuno di voi si è posto lo scrupolo di chiedersi se io voglio ancora lottare e continuare a vivere cosi?
Lottare... restando per sempre nel buio,
come l'acqua limpida di una sorgente, obbligata a restare nel fondo della terra;
immaginare l'eco di voci lontane che non so più distinguere,
ricordarmi di colori sbiaditi che appartengono a primavere passate, che non profumano più di nuovo.
E Dio? Mi ha chiesto il permesso di mortificare la mia esistenza con una cosi spessa sofferenza muta?
Lui, come te... saprebbe solo giudicare il mio egoismo?
Sei proprio sicuro che sarei scacciato dal Paradiso perchè ho rifiutato il suo regalo di continuare a tenere in vita
il suo regalo... MALATO e INCURABILE?
Sfogliando un vocabolario alla ricerca del significato della parola "eutanasia" si trova la seguente definizione:
"la morte non dolorosa, ossia il porre deliberatamente termine alla vita di un paziente al fine di evitare il prolungarsi di sofferenze agognanti. Letteralmente "la buona morte".
Ma secondo voi, VIVERE E' UN DIRITTO O UN DOVERE?
La domanda inquietante che mi pongo spesso è la seguente: "se un uomo può disporre liberamente della propria vita, perchè non può decidere anche sulle sorti della propria morte?
L'eutanasia è una parola che, solitamente, associamo alla "morte forzata", che incute grande spavento, perchè siamo convinti che solo Dio, o chi per LUI, che ci ha donato la vita, possa disporne la facoltà sulla durata ed il modo col quale concluderla.
Sembrerebbe che l'accettare di porre fine alle sofferenze incurabili, o decidere di recidere le radici di una esistenze marcia e segregata a vita vegetale, con l'interruzione volontaria dei battiti del cuore, sia un assassinio!
Eppure, leggendo un sondaggio specifico, risalta che l'87 % della popolazione italiana è favorevole alla eutanasia "passiva" (quando, cioè, il medico si astiene dal praticare cure che servano a mantenere ancora in vita il malato) ed il 67% a quella "attiva" (quando, cioè, il medico causa il decesso in modo volontario)
Qui si dibattono, si argomentano e si battagliano tre diverse ed opposte coscienze: quella medica, legale e morale, che si confrontano su di un argomento insidioso e che permette, ad ognuno di noi, di esporre il proprio pensiero in modo soggettivo, lasciandosi deliberatamente influenzare dagli idealismi profondi e diversi (religioso, morale ed umanitario).
Il dolore è una sorta di separazione immaginaria tra se e gli altri; chi soffre è "DIFFERENTE" agli occhi altrui, e quella divisione diventa sempre più spessa, fino a far apparire irriconoscibili, lontani ed inutili... chi soffre la sua inferma vita cronica.
Un dolore che ti termina ma... poco per volta, come un supplizio diviso equamente fra chi lo subisce e chi lo accudisce fino alla fine.
Un dolore che ti ammazza dentro.... ancora prima di esser morto fuori, perchè ti condanna a restare esiliato ed isolato dal resto della vita di tutti i giorni.
Mi riporto ad una recente omelia del Papa nella quale ha ricordato che la "sofferenza" è sempre un richiamo, affinché ognuno di questi "predestinati" trovi nel proprio ambiente, persone pronte ad un paziente sostegno alleviante.
In un unico concettualismo profondo, si potrebbe sintetizzare che: l'affetto e la vicinanza spirituale aiutano a sperimentare nell'anima il peso della sofferenza altrui.
E' un grande atto d'amore prendersi cura di chi soffre, e davanti a due occhi segnati dalla stremante stanchezza di non voler più vivere nel dolore, l'accudimento e la caritatevole amabilità, risultano essere una "chiamata" a praticare l'amore misericordioso.
Non è facile riuscire a determinare un pensiero inequivoco, che diriga l'intera umanità in una sola direzione. Troppi interessi vengono sfiorati e tante contrapposizioni sono lanciate, in modo sfidante, contro altre acerrime determinazioni.
Per amore si ama, e qualche bravo poeta del dolce stil novo, ha detto anche che si può morire ma... accettare di dare un termine alla sofferenza di un tuo affetto caro, è un atto d'amore o di egoismo?
Quel vederlo soffrire, in modo irrecuperabile, impietoso ed ingiusto, dovrebbe essere fermato dal buon Dio o dalla scienza... ma sapremmo accettarlo come un atto d'amore verso chi ci sta lasciando orfano anche dei suoi stessi lamenti, a cui stentiamo ogni possibile attenzione da tempo... che iniziano ad arrendere e stancare, deprimendo e scoraggiando ogni residua risorsa in noi?
Secondo me, è racchiuso tutto in questo enigma l'accettazione dell'eutanasia.
Tanti "MA" e troppi "SE", che producono altri sferranti dubbi, dietro ai quali preferiamo nasconderci, pur di non doverci trovare a gestire la terminazione della sofferenza con un atto estremo ed irrimediabile.
Ma il restare accanto silenziosamente e non provare neppure ad interpretare il pensiero e la volontà di chi ami, e vedi consumarsi nel dolore ogni giorno di più, non fanno solo altro male a chi... vorrebbe dire ADDIO per SEMPRE al dolore ma... non riesce a gridarlo e neppure a spiegarlo a te... che gli tieni la mano ma non sollevi il suo perenne dolore?
La domanda che provo a rigirarvi è questa qui:
"davanti a noi il volto irriconoscibile del nostro amore di sempre, stremato da un dolore incancellabile: un male incurabile; costernato da sofferenze indicibili; vissute nell'insopportabile attesa; per una grazia che è assente... ma per AMORE si può "regalare" la MORTE a chi sopravvive nella sofferenza invivibile?"
Attendo vostre considerazioni e auguro a tutti buon fine settimana.
questi che sono ora vecchi
e questi giovani ancora
ognuno ansioso s'affanna di corsa verso la meta
Ma questo vecchissimo mondo
infine a nessuno rimane
Andarono
Andremo
Altri verranno...
... ed andranno
(Omar Khayyam)
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chi comprende pienamente la vita non ha paura della morte
(Kafka)
